IL MURO - Siamo tutti schiavi

La nostra esistenza è rinchiusa in un muro di menzogne, valori falsi, ipocrisia. Questo blog è lo sfogo di uno che si sente fuori dal gregge. E fuori posto.

Link

Archivi

oggi
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004

 

Bottoni

Contatore

visitato *loading* volte

 
venerdì, 03 dicembre 2004

AS: Se siete credenti, di qualsiasi religione, potreste essere parecchio offesi da questo post. Comunque io quando getto merda, la getto sulle idee e non sulle persone (tranne rari casi), per cui non offendetevi e non scandalizzatevi, io non ce l'ho con chi crede ma con chi ha inventato la religione. Anzi, quanto mi piacerebbe se qualcuno abbandonasse la fede leggendo queste poche righe.

LA RELIGIONE


L'imposizione di una legge su una società è un atto di forza della maggioranza sul totale. Tuttavia questo non spiega del tutto l'accettazione individuale attiva di una legge, o meglio il bisogno forte di ciascuna coscienza di avere una legge.
Ogni coscienza è assolutamente libera: ma questa libertà è un vuoto, un nulla. Noi siamo e agiamo nei modi che scegliamo. Niente ci costringe a lottare per sopravvivere: ogni singola azione in questo senso, od ogni azione in generale, è frutto di una scelta. Più o meno cosciente, ma sempre una scelta. Da ciò deriva che niente ci vieta di far del male ad un altro, o vieta ad altri di farne a noi. Questo spinge gli uomini a darsi delle leggi, le quali si riducono alla volontà consolidata di uno o più capi. Agli albori della civiltà, questi capi erano i sacerdoti degli dèi, o addirittura gli dèi stessi. Infatti si trattava di società schiavistiche: ad un dio in terra si deve tutta l'obbedienza possibile. Ma che differenza passa tra la legge "civile" di un gruppo di uomini e la legge "divina" inventata dai sacerdoti? Nessuna. Quello che cambia, e neppure tanto, è il modo in cui ciascuno le reperisce. Ammesso infatti che qualcuno creda davvero limpidamente alle cazzate di qualsiasi religione, a costui non gli passerebbe neanche per la testa di disobbedire ai comandamenti del suo culto: infatti la legge divina si fonda proprio sulla necessità assoluta (v. post preced.) che la legge umana non riesce mai a raggiungere appieno. La legge divina si basa sul "Devi" e basta, senza la minaccia di una punizione: o meglio, la minaccia c'è sempre (l'inferno infuocato e pieno di diavoli che ti ficcano un tridente in culo) così come c'è la lusinga per chi si sottomette (il paradiso tutto bianco con gli angeli e San Pietro che ti offrono il caffé), ma questi appagamenti materiali sono legati al rispetto dei singoli comandamenti, non alla sottomissione stessa a dio. Per essere più chiari: non mi faccio le seghe per non andare all'inferno, ma non compio "peccati" in generale per non andare contro dio. E con dio intendo la potenza divina, non i suoi comandamenti scritti dai sacerdoti. Per accettare la legge dei sacerdoti devo prima accettare che esista dio, cioé che il mondo sia frutto di un'intelligenza a me anteriore. Questa è la superstizione.
La superstizione ha una natura molto elementare: non è altro che la correlazione in rapporto di causa-effetto tra eventi diversi. Ha lo stesso principio della scienza, con la differenza che quest'ultima segue la logica mentre la superstizione segue la fede. Come ci inventiamo una superstizione? Un giorno a colazione prendo il caffé senza zucchero, e quello stesso giorno trovo 20 euro per strada. Un altro giorno mi ricapita la stessa cosa e ho un altro colpo di fortuna: allora mi convinco che il caffé amaro porta bene. Ciò vuol dire che ad una mia azione (bere il caffé amaro) il mondo reagisce, facendomi avvenire qualcosa di buono: ecco che il mondo (o il destino o quello che volete) diventa una coscienza, un individuo a tutti gli effetti che interagisce con noi mediante rituali, messaggi ecc. Sia il bene che il male che mi succedono sono dovuti a quest'intelligenza, la quale mi premia o mi punisce a seconda che io a mia volta la compiaccia o la irriti. Questa superstizione si fonda sul comportamento; altre superstizioni passiviste ne sono indipendenti (es. l'astrologia), ma in questo modo non possono dar luogo a delle religioni, il cui scopo è applicare una legge. Le religioni sfruttano forme più avanzate delle superstizioni attiviste, perché personificano le entità sovrannaturali che reggono il destino di ognuno. Queste persone divine sono i custodi del rispetto della legge dettata dai sacerdoti, esattamente come il sistema poliziesco-giudiziario lo è della legge umana; ma non è la fede a fondarsi sulla sottomissione ai comandamenti, bensì il contrario. Io credo in dio, perciò seguo le sue leggi. Si possono anche seguire le leggi della religione senza credere davvero in dio e neppure all'inferno, per paura o ipocrisia: in tal caso le consideriamo come leggi umane. Es. io non credo in allah, ma in arabia non mi azzardo a peccare contro il corano per paura delle condanne materiali a cui andrei incontro. In quanto leggi umane, le percepiamo come necessità condizionali, "devi altrimenti..."; anche se non si pecca per paura dell'inferno, senza credere in dio, si è soggetti ad una necessità condizionale. Invece per seguire quelli che si considerano i dettami di dio (quello buono che aiuta, non quello dei diluvi e dell'inferno né quelli capricciosi e ninfomani dei greci), si deve ammettere una necessità assoluta, "devi e basta". Non è nemmeno concepibile la disobbedienza.
Perché si crede in dio? La fede alla base delle religioni spiritualiste è superstizione generalizzata: io, gli altri ed il mondo siamo frutto della volontà divina, ogni cosa esiste perché dio l'ha voluta ed ha la forma e la funzione che dio le ha dato. Ma dato che dio non esiste (Feuerbach docet, non è la sua inesistenza a richiedere prove che comunque abbonderebbero, ma la sua esistenza), se ne deduce che l'idea di un creatore serve soltanto a relazionare la nostra presenza e quella del mondo in un tutt'unico. Dio ha creato il mondo a nostra funzione: il grano esiste per essere coltivato, è stato creato perché io lo coltivassi; il sole è stato creato per permettermi di vivere ecc. Ma questi valori applicati al mondo sono usciti da me e sono posteriori alla creazione delle cose: la fede in dio è la convinzione che il mondo sia opera di un'intelligenza esterna e protettiva, ma che in effetti è la mia intelligenza. Io stesso sono il dio in cui credo, Feuerbach ridocet. Il valore "coltivabile" del grano è un attributo che io gli fornisco, ma ammettendo l'esistenza di dio, io sovrappongo tale attributo alla sostanza stessa del grano: non è più "grano che io scelgo di coltivare", ma "grano da coltivare". Ecco spiegato il successo della religione: essa ci toglie il peso della nostra libertà, ci dà una visione complessiva del mondo già bell'e pronta e perdipiù incontestabile (o presunta tale). Qualunque evento accada, lo vuole dio e a me sta bene. Non si muove foglia che Io non voglia, perché se io sono in dio, ogni cosa da lui voluta la voglio anch'io. Il mondo è conforme al mio volere. Questo mio "stare nel giusto" figlio della fede in dio è della stessa natura della sicurezza figlia dell'obbedienza al capo: come il pensiero del capo è sempre giusto e così il mio pensiero identico al suo, se il pensiero di dio, cioé le sue leggi ma anche tutti gli eventi che accadono nel mondo (almeno quelli naturali), è giusto, allora io facendolo mio sono sicuramente nel giusto. I peccatori trasgrediscono la mia legge giusta, testimoniano la loro libertà ed indifferenza rispetto ad essa: essi non devono fare così e colà, mentre io voglio che facciano così e colà perciò voglio che debbano fare così e colà.
La differenza tra legge umana e legge divina è davvero molto labile, ed entrambe si basano su principi falsi ed illogici, dalle crudeli religioni degli antichi alle più avanzate democrazie. Non esiste il bene o il male: c'è solo l'idea individuale (fede) o collettiva (Norma) di bene e male.






Postato da: fuoridallanorma a 22:17 | link | commenti |

venerdì, 19 novembre 2004

"Uno schiavo in catene è libero di romperle"
J.P. Sartre, L'Essere e il Nulla

LA LEGGE

Un gruppo umano si fonda su un insieme di idee condivise dai suoi membri, potremmo dire un programma; in realtà l'adesione a questo programma e l'alleanza con altri individui richiede nient'altro che un limite alla propria libertà. Cos'è la libertà? È la facoltà di scegliere, è l'essenza dell'umano e l'unica cosa che lo separa dalla natura bruta. La natura è inerte: manca totalmente di volontà propria, i fenomeni naturali avvengono solo per necessità (a meno di non ammettere un dio, ma si trarebbe comunque di una volontà esterna all'uomo e comunque ci sarà un post anche sulla religione, spero). L'uomo invece è coscienza: tutte le sue azioni ed i suoi pensieri hanno dietro una volontà, più o meno celata. La vita in società si basa sul dovere. "Devi far questo", "non devi fare quello", "devi essere così", "devi pensare colà": per essere ammessi in società si deve accettare la sua Legge e i doveri che essa impone. Questa Legge (che non coincide per forza con le leggi scritte) si basa su una necessità che limita (o vorrebbe limitare) la libertà individuale e che può essere di due tipi: condizionale o assoluta. La necessità condizionale è quella più sentita e più immediata: è quella espressa da formule come "devi fare così sennò..."; ad es. "devi lavorare per non morire di fame", "non devi rubare altrimenti vai in galera (a meno che non ti chiami B***)". La necessità assoluta invece ha la forma di un "devi" senza nessuna giustificazione. In realtà una necessità assoluta è solo un ideale a cui mirano tutti i sistemi di leggi e di doveri, i quali vorrebbero sempre che ci si chiedesse il meno possibile il perché delle azioni. C'è sempre una scelta volontaria dietro al conformarsi alla Legge, anche se il più delle volte questa scelta non è meditata e si nasconde nell'inconscio. Noi crediamo di essere soggetti ad una necessità assoluta allorquando ci nascondiamo il ricatto che c'è dietro a tale necessità, e soprattutto ci neghiamo la possibilità di rifiutare e non obbedire alla Legge (vedi il post precedente sulla guerra). In questo sta la colpa dell'ubbidienza: nell'invenzione di una necessità. Non ci si può rifiutare perché... questo, quello e quell'altro: la verità è che noi siamo sempre liberi di scegliere, e se obbediamo alla Legge è solamente perché scegliamo di obbedire. Certo, la libertà è sempre e comunque vincolata all'esistenza reale degli uomini, la quale dipende dalla sopravvivenza. Ma questo non significa che la libertà può essere negata da una legge, qualunque essa sia. "Lo schiavo in catene è libero di romperle". Anche nella Germania nazista chiunque era libero di urlare "Hitler merda!": è vero, sarebbe stato certamente condannato, ma solo dopo averlo fatto.

Tra parentesi, gli eroici difensori della democrazia e loro sostenitori sono talmente delle teste di cazzo da rifiutare perfino l'essenza umana di quelli che massacrano. "Sono sotto la dittatura!" e giù bombe, come se non fossero liberi di ribellarsi alla dittatura avendo un appoggio concreto da fuori... chiusa parentesi.

Naturalmente una Legge deve essere imposta da qualcuno per guadagnarsi il rispetto. Qualcuno la cui autorità sia riconosciuta da tutti, e a cui tutti ubbidiscono. Qualcuno che applica la Legge, è la Legge. Ubbidire a costoro è l'articolo 1 della Legge. Perché ubbidirgli? Bella domanda; perché sono armati, perché sono forti, ma soprattutto perché tutti gli ubbidiscono. Ricompare la Norma, che non coincide con l'obbedienza (la quale è individuale) ma ne è un'altra faccia: ognuno fa così perché "tutti" fanno così.
Come già detto, ubbidire significa scegliere di ubbidire. In ogni regime l'autorità è riconosciuta dalla tacita sottomissione di tutti. Tranne che nella democrazia, direte... Ehhh, non lo so. Una dittatura si fonda comunque sulla scelta collettiva, cioé somma di scelte individuali e libere anche se forzate, di obbedire a questo o a quello. Un re o un tiranno non viene eletto, ma se tutti gli ubbidiscono vuol dire che tutti lo riconoscono come capo. D'altronde in una democrazia ognuno sceglie il suo, di capo, però alla fine viene eletto solo quello scelto dalla maggioranza. In altre parole la democrazia è una Norma resa esplicita: la maggioranza comanda sul singolo. Io non ho votato nel 2001, però il Parlamento attuale può fare delle leggi che riguardano anche me; i miei genitori non hanno votato per l'attuale maggioranza di onestuomini infaticabili tagliatori, ma il Parlamento è superiore anche a loro e taglia le tasse pure a loro, metti che volevano pagare di più, diamine?
Quanto scritto finora può far sembrare l'obbedienza una privazione, un sacrificio; in realtà essa spesso è desiderata perché serve a dare forza. Infatti un capo è qualcuno a cui si rimettono tutte le decisioni, qualcuno la cui volontà è Legge e quindi Giusta. Perché vogliamo smettere di decidere autonomamente cosa è giusto o sbagliato? In parte per pigrizia intellettuale, ma soprattutto per avere un sistema di valori che nessuno può smontare se è uguale a quello di tutti gli altri; anzi nessuno può neanche avere un sistema di valori diverso da quello tuo e degli altri, cioé quello Giusto, quello della Legge, quello imposto dal Capo. In pratica giusto, buono e Normale sono la stessa cosa. La comunità riconosce dei capi, questi legiferano e la comunità accetta le loro leggi.
Certo, la forza della Legge spesso non è avvertita, o è rifiutata. A volte riusciamo a liberarci dalla paura di essere diversi dagli altri e agiamo contro la Legge. Allora serve la minaccia delle punizioni materiali: l'imperativo condizionale "obbedisci o verrai rifiutato dalla comunità" viene sostituito da un altro più concreto, "obbedisci o sono cazzi". Ma la condanna materiale non ha quest'unico scopo: essa infatti esprime la condanna dell'autorità, e quindi dell'intera comunità che in essa si riconosce, verso chi rifiuta il sistema di valori condiviso da tutti. La giustizia deve annichilire la diversità, deve riaffermare l'uniformità delle idee in cui ciascuno si riconosce.
Adesso dirò qualcosa che vi scandalizzerà, sempre se qualcuno è arrivato fin qui a leggere: i pedofili, i carnefici, gli assassini sono esseri umani ed in quanto tali liberi di agire come meglio credono. Non dico che nessuno ha il diritto di condannarli; per lo stesso principio, anche i giustizieri sono liberi di punire chi vogliono. Semplicemente, il concetto di giustizia universale non ha alcun senso; basta guardare all'esempio di Erodoto (il famoso racconto di un popolo barbaro che divora i propri morti e considera orrendo cremarli o seppellirli). Oggi la pedofilia ci fa schifo, un giorno magari sarà legge. La giustizia è arbitraria come il crimine; la sola differenza è nel rapporto di forza.






Postato da: fuoridallanorma a 21:47 | link | commenti |

mercoledì, 27 ottobre 2004

Premessa: sto' post è parecchio pesante, quindi se non vi interessano i massimi sistemi potete evitarlo

IL GRUPPO
Come molti altri animali, tipicamente l'uomo vive in società con i suoi simili. Si può facilmente immaginare come gli antenati più remoti dell'homo sapiens avessero imparato a cooperare per poter sopravvivere alle difficoltà della natura. L'associazione avvenne, e avviene tuttora, come forma di difesa: se ci trovassimo in un paradiso ove nulla potesse accaderci di male e dove ogni sorta di piacere e di sostentamento fosse a portata di mano, non avremmo alcun bisogno degli altri, al di fuori dei rapporti sessuali. Infatti, oggi che la tecnologia consente una vita più che agiata, non mancano individui che si chiudono in casa davanti alla tv o al computer e vivono soli e soddisfatti. La società è un mezzo di difesa: ma in un mondo evoluto come il nostro, dove il clima, gli animali feroci e la fame non sono più visti come gravi pericoli, qual'è la minaccia che ci unisce? Tutti avranno istintivamente pensato al terrorismo, Al Quaida e Bin Laden; quindici anni fa avrebbero risposto l'Urss, nel medioevo gli Arabi, nell'impero romano i barbari... Altri gruppi d'uomini. D'altronde è vero che non c'è bisogno di temere qualcuno per doverlo attaccare, anzi; la storia è una successione ininterrotta di guerre di conquista. Dunque bisognerà rivedere il concetto di "difesa" che costituisce il senso della società. Se la vita associata è un modo per preservarsi da un pericolo, ci sarà anche un motivo che spinge gli uomini a comportarsi in dato modo. Perché vogliamo sopravvivere? Bella domanda, e tuttavia inesatta: quello che fa l'uomo, infatti, non è lottare per vivere, ma imporre i propri significati al mondo.
Se ho fame e vedo una mela, che io non ho creato e di cui non sono causa, essa diventa "cibo"; ma l'associazione mela-cibo ha senso solo nel quadro concettuale della "ricerca di alimenti per sfamarsi" o qualcosa del genere: in altre situazioni può diventare "frutto", "oggetto rosso e lucido", "oggetto contundente" ecc., oppure, se non siamo nemmeno coscienti della presenza della mela, benché essa esista, per noi non c'è. L'attività dell'uomo è dunque quella di affermare la propria coscienza sul mondo che lo circonda; non esiste un contesto in cui questa attività non avvenga: se mi trovassi circondato dal nulla sarei comunque in qualcosa che io considero "nulla". Poi vengono gli altri. Se consideriamo un individuo solitario come coscienza che riscrive il mondo attorno, egli sarà parecchio insicuro ad ogni passo di questo enorme processo. Un gruppo più o meno esteso di individui è istintivamente portato a condividere ogni scoperta che compie, perché ognuno trova nell'altro la conferma di ciò che pensa. Ecco cosa spinge veramente l'uomo a cercare la compagnia: la debolezza della propria coscienza. Se sono in molti ad assegnare gli stessi significati alle cose, ciascuno si sentirà rafforzato e confortato nella propria visione del mondo: se un tizio mi sta antipatico, mi troverò bene fra coloro che provano per lui ugual sentimento. Quando sono talmente tanti ad avere uno stesso identico sistema di significati che ciascuno si sente forzato ad accettarlo, si ha la Norma, il "pensiero di tutti".
Direte: va bene, ma cosa cazzo c'entra questo con il bisogno di difendersi? Australopitechi e compagnia vivevano in gruppo per contrastare i predatori, per procurarsi più cibo... E chi lo nega? Il fatto stesso di vivere in gruppo per aiutarsi l'un l'altro va visto come l'incontro dei medesimi obiettivi individuali: in questo caso, l'obiettivo di sopravvivere. Es: Io vedo un animale come "cibo" e gli atti di cacciarlo e mangiarlo come "modo di placare la fame"; un altro dà a tali azioni gli stessi significati, per cui decidiamo di collaborare nella caccia vedendo entrambi in quest'atto una "facilitazione del processo per sfamarsi" o roba così... Vivere in gruppo vuol dire mettere in comune i propri significati ed i propri fini (il che non è ancora Norma, ma ne è fondamento).
Direte ancora: va bene, ma tutto ciò che cazzo c'entra con nemici, guerra, Bin Laden ecc.? Ho appena detto che in un gruppo gli obiettivi diventano gli stessi: il fatto è che l'obiettivo primo ed ultimo di chiunque è sempre quello di affermare la propria coscienza sul mondo, quindi esso diventa anche il fine del gruppo nel suo complesso. Se prima la coscienza collettiva si limitava a catalogare il mondo in base all'esigenza di sopravvivere, l'incontro con un altro gruppo (molto più traumatico di quello tra due individui) la costringe a sistemare anche quest'ultimo in una qualche categoria d'essere: alleati, nuovi compagni, gente con cui commerciare, curiosità, potenziali vittime per furti o soprusi, cibo (perché no?), o anche semplici presenze a cui non dare alcuna importanza. Oppure nemici. Finché sono sotto l'attenzione del gruppo, gli altri-non-compagni devono diventare qualcosa, foss'anche elementi del paesaggio. D'altronde il fondamento naturale del gruppo è un'alleanza: contro la natura o contro un nemico, poco conta Ecco perché è così facile classificarli come "nemici" o comunque gente da evitare e da avversare, perché spesso è la prima soluzione che viene data. Quando io trevigiano semianalfabeta vedo per la prima volta gente di pelle scura, sono nell'imbarazzo di non sapere come rapportarmi ad essi: per me sono un mistero, alieni, possono diventare tutto e nulla; ma se un leghista del cazzo² mi dice "i negri sono merde" allora mi sono tolto dagli impicci, quelli sono merda e tali saranno tutti i loro simili che vedrò d'allora in poi. Non solo, ma in quello stesso istante io scelgo di far parte di un gruppo, il popolo di razza Padana pura, la Lega dei Coglioni Nord, unito contro la minaccia dei "negri", dei "terroni" e così via. Un significato di odio è meglio che nessun significato, meglio di un'esistenza irriducibile, incomprensibile ed estranea.

Un bambino chiuso in casa per punizione che vede i suoi coetanei giocare a pallone probabilmente sentirà il bisogno di giocare anche lui con loro. Questo avviene perché, al di là del piacere ricavato dal gioco del pallone in sé, il bambino si sente prigioniero del proprio sistema coscienziale in cui la madre ha il significato di "autorità" che vieta l'uscita, mentre nelle coscienze dei suoi amici la madre non ha alcun potere. Lui vorrebbe essere del gruppo la cui coscienza collettiva non dà valore all'autorità di sua madre; il che non significa che vuole semplicemente essere "libero" da sua madre: questo desiderio generico non ha bisogno della presenza di altri.
Passiamo agli amici del bambino, che giocano a pallone in due squadre: perché ciascuno di loro fa questo (sempre prescindendo dal godimento fisico dello sforzo in sé)? Perché ognuno vuole partecipare della vittoria della sua squadra, la quale si costituisce semplicemente come gruppo di "noi contro di loro"; una vittoria è un dominio sull'altra squadra, un modo per affermare il significato "noi siamo più forti", "noi siamo i vincenti" ecc. e per ribadire la soggettività della propria coscienza.
Le molestie dei bulletti seguono la stessa filosofia, se ci pensate. E in parte questo vale anche per il nazionalismo: qui il gruppo-patria vede con ostilità gli altri gruppi, perciò si propone di sopprimerne la coscienza e di affermare la propria su di essi e su ciò che li rappresenta (il suolo nazionale, la bandiera, i capi ecc.).

Riassumendo:
1) Io ho l'esigenza di costituire il mondo che mi circonda in un sistema di significati, spesso dettati dai bisogni corporei.
2) Questo sistema, di cui mi sento totalmente insicuro, diventa certezza quando è condiviso da altre coscienze, o ancora di più quando è il "pensiero di tutti", la visione Normale delle cose.
3) Il gruppo di coscienze in cui entro a far parte, poiché mette in comune ogni pensiero, diviene una coscienza collettiva, ed in quanto tale, persegue dei fini comuni dettati dall'esigenza di imporsi sul mondo esistente.
4) Nel caso dell'incontro di due gruppi consolidati, fra cui non sia possibile una fusione, la coscienza collettiva di ciascun gruppo modifica il proprio sistema in modo da includervi l'altro in qualche modo. La categoria in cui è più facile inquadrare un individuo od un gruppo estraneo è quella di "nemico" nel caso sia di pari o maggior forza, "vittima" nel caso sia più debole: questo perché un gruppo si costituisce sempre come alleanza di pensieri simili da imporre sul mondo. Più è forte la resistenza che il mondo oppone a tale pensiero, più lo sforzo dell'alleanza sarà simile ad una lotta.

Un gruppo può avere la durata di un momento (es. un gruppo di tifosi) oppure può arrivare a costituirsi comunità in cui vivere. In questo caso i nuovi membri saranno solo i figli di quelli che hanno costituito la comunità: nasce cioé il popolo. Un popolo che si riconosce in una lingua, una cultura, in una religione, in una legge e in un regime: detto con un solo termine, una Normalità. Si definisce normale tutto quello che devono fare ed essere tutti i membri della comunità: in un villaggio di cannibali è normale mangiare carne umana, in un villaggio di puritani è normale mettere dio su ogni cosa ecc. La Norma non ha bisogno di un popolo per costituirsi, ma in esso trova un'immensa forza nella tradizione e nella consuetudine eterna. La coscienza collettiva di un popolo ha un'altra spiccata caratteristica: solo chi ne è membro (e un membro normale) è degno di aiuto e rispetto. Ecco perché se muore un italiano in Iraq ci disperiamo come non mai, i tg non parlano d'altro ecc., mentre di 50.000 o giù di lì morti iracheni o di 11.000 immigrati annegati in mare o di 40.000 morti di fame al giorno ci frega meno del rincaro della benzina o dell'isola dei famosi (ma molto molto molto meno, anzi, non ce ne frega un cazzo). Dato che nascendo in un popolo ci troviamo circondati da una coscienza collettiva che si perpetua da secoli, impariamo a considerare coscienze solo chi ne è membro: quando incontriamo uno "straniero" riconosciamo sì anche la sua coscienza, ma al di fuori di un confine netto che è la Normalità, la nostra Normalità. Invece un connazionale, per il solo fatto di esserlo, acquista una qualità particolare perché sentiamo che in lui c'è un pezzo della nostra coscienza collettiva, è uno come noi. Sentimenti simili naturalmente valgono anche in altri gruppi umani come l'appartenenza politica (un compagno di partito riceve ben più riguardo di un avversario) e soprattutto la famiglia, che è di fatto una patria in piccolo (o la patria una famiglia più grande).
Pochi, pochissimi sentono o sentirono di appartenere ad un'unico popolo che è l'umanità intera: un popolo che non ha una Norma né può averla per motivi storici, geografici, linguistici e di numero, e quindi non esiste. Eppure solo questa comunità avrebbe ragione d'esistere.












Postato da: fuoridallanorma a 18:03 | link | commenti |

domenica, 10 ottobre 2004

 IL DENARO
Chi ha tanta faccia di bronzo o tanta ingenuità da negare che la nostra società sia interamente fondata sul denaro? Per quanto democratiche possano essere le costituzioni dei paesi capitalisti, i loro cittadini sono schiavi del denaro. Per essere esatti sono schiavi due volte: materialmente ed intellettualmente. Perché il denaro è il mezzo indispensabile sia per la sopravvivenza sia per l'espressione spirituale.

Prima di tutto senza denaro non si mangia, non si ha un tetto sulla testa, né abiti per ripararsi; senza denaro gli ospedali non curano gli infermi, né la polizia difende gli innocenti. I miliardi di individui che vivono in miseria, muoiono di fame o di malattie debellate da tempo, lavorano come bestie o cercano il cibo frugando nelle discariche, hanno l'imperdonabile colpa di non possedere denaro (nonché di non avere la pelle bianca, ma questo è un altro discorso). Non è esatto dire che la sopravvivenza è vincolata al denaro (ad es. il cibo si può rubare), ma certamente la società non concede risorse vitali se non in cambio di esso: solo a chi possiede soldi viene riconosciuto il diritto di sopravvivere. Chi fa elemosina o beneficienza in denaro deve sottostare allo stesso principio.

Ugualmente, solo il denaro dà il diritto di esprimersi, se con espressione intendiamo l'appagamento dei bisogni dello spirito, il riempimento del nostro vuoto d'essere, sia in senso contemplativo che creativo: lussi, comodità, divertimenti, arte, spazi comunicativi... Ogni forma di soddisfazione spirituale ha un prezzo. Per pubblicare questo post (ossia esprimere il mio bisogno di comunicare) io ho pagato il costo del computer, della connessione e della bolletta elettrica; altrettanto dovrà pagare chi lo leggerà. Anche se non è chi usufruisce del mezzo d'espressione, è qualcun altro a pagare: i libri in biblioteca si leggono gratis, ma per il Comune hanno avuto un costo.
Certo, esistono risorse sia materiali che spirituali che non appartengono a nessuno se non alla natura, e quindi non si pagano: la frutta selvatica da mangiare, le caverne in cui ripararsi, i paesaggi da contemplare, la sabbia in cui tracciare segni... Ma questo vale per l'uomo singolo, non per la società. Se tutti vivessero affidandosi unicamente alle risorse naturali e disponendone per i bisogni individuali, o al massimo familiari, si tornerebbe alla preistoria. Ciò non significa che questa scelta sia da aborrire a priori, però comporterebbe di rinunciare alle conquiste culturali e tecnologiche della società.

A sua volta il denaro è concesso solo in ricompensa per delle determinate azioni (lavorare, vendere, ricettare, farsi corrompere, fare sesso ecc.); in altre parole, i diritti di sopravvivere e di esprimersi si possono comprare solo agendo in certi modi. Ma per guadagnare bisogna per forza agire a vantaggio di qualcuno: un vantaggio che può essere in mezzi materiali (vendendo del cibo ad un cliente) ed espressivi (vendendo un'opera d'arte) o in altro denaro (lavorando in fabbrica per un padrone) che rappresenta entrambi in potenza. Come insegna Marx, il lavoro ed il capitale stesso sono anch'essi merci, merci di scambio. Generalmente per guadagnare si lavora, si deve lavorare, è Normale lavorare. Anche il denaro, ovviamente, può essere ottenuto senza il vantaggio di nessuno, rubandolo o trovandolo per strada o fabbricandolo ecc., ma questo è per l'appunto un risultato individuale, raggiunto al di fuori della società. Se il contesto in cui si vive non consente di guadagnare denaro (non c'è lavoro ecc.), ma lo richiede ugualmente o ne richiede in misura maggiore di quanto ne offre, si ha la miseria di cui sopra. Perciò non solo siamo schiavi due volte del denaro, ma anche in due dimensioni sovrapposte: individualmente e collettivamente. Ancora una volta, la sottomissione di ognuno causa la schiavitù di tutti.

...cosa succederebbe se si distruggessero i soldi?



Postato da: fuoridallanorma a 18:56 | link | commenti |

martedì, 05 ottobre 2004

Ultime notizie. Dramma al largo della Tunisia: affondato un barcone con 75 italiani a bordo. 22 i morti accertati, 42 i dispersi. "Un'immane tragedia", è il commento unanime di tutte le forze politiche. Telefonate di solidarietà giunte al premier e al presidente Ciampi dai governi di tutto il mondo. Domani alle dodici verrà osservato un minuto di silenzio in tutta Europa e quindici in tutta Italia.... Scusate... non ce la faccio a trattenere le lacrime...

Aggiornamento: non sono italiani! SONO SOLO IMMIGRATI!!!! Fiùuu! Meno male!!!!!

http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsID=49448

P.S.: Plagio vergognoso di Giobbe Covatta, ma quando ci vuole ci vuole...

Postato da: fuoridallanorma a 10:57 | link | commenti (1) |

martedì, 28 settembre 2004

LA GUERRA
Una parola, questa, a cui si abbinano i significati più diversi. C'è chi la esalta, chi la ripugna, chi l'approva a certe condizioni, chi non glie ne frega niente finché non ci si trova in mezzo. C'è chi la dichiara e chi la combatte. C'è chi ci guadagna, chi vive di guerra; e c'è chi vive in guerra, e chi ci muore.
Perché si fa una guerra? Le ragioni perché si dichiari un conflitto possono essere infinite. Prendiamo la II Guerra mondiale: l'Italia scese in campo contro Inghilterra e Francia per attuare una sua politica espansionistica. Ma cosa vuol dire questo, se non che il Buce (Gadda docet) degli Italiani, e Sua Maestà il Re degli Italiani decisero che gli Italiani avrebbero combattuto una guerra (a fianco dell'alleato germanico, contro le plutocrazie giudaiche ecc.)? E gli Italiani combatterono. Entrambi i miei nonni combatterono, insieme con i loro compaesani e tutti i loro coetanei nell'intera nazione. Lo stesso in Germania, Francia, Inghilterra e negli altri paesi coinvolti. Milioni di persone furono trascinate in una guerra che non avevano voluto, di cui perlopiù non conoscevano nemmeno i motivi; e in questa guerra essi uccisero, distrussero, morirono o rimasero feriti, persero delle persone care, vissero nel terrore. PERCHÉ?
Per quanto possa irritare, la verità è che la responsabilità maggiore della guerra è dei soldati. Se ognuno si fosse rifiutato di combattere, non ci sarebbe stata nessuna guerra. Dire che "dovevano" ubbidire agli ordini è solo non voler vedere in faccia la realtà: Hitler, Churchill e Stalin erano solo i promotori dell'"idea" di una guerra, non avevano nessun potere sulla coscienza degli individui. Lo stesso dicasi per i genocidi nazisti, sovietici ecc.: si dice comunemente che "Hitler ha ucciso 6 milioni di ebrei" ma la verità è che quello stronzo non ne ha ucciso neanche uno. Ha solo ordinato ai tedeschi ed alleati di farlo, e loro, consapevolmente e liberamente, gli hanno obbedito. Diremo allora che fu un angioletto innocente? Certo che no, perché lui ha davvero tolto la vita a 6 milioni di ebrei con annessi e connessi. Semplicemente, diremo che per farlo ha usato i milioni di tedeschi, polacchi, italiani di Salò, francesi di Verdun ecc. che nelle sue mani hanno rinunciato alla loro coscienza e si sono trasformati in strumenti di morte. Ma anche i soldati non sono che strumenti, marionette dei loro capi. Un mitra uccide quando il soldato preme il grilletto; un soldato uccide, cioè preme il grilletto del suo mitra, quando glielo ordina il suo sottufficiale; il sottufficiale uccide, cioè ordina ai sottoposti di sparare, combattere, uccidere, quando glielo ordina un suo superiore; e così via, si risale la gerarchia della colpa. Una colpa collettiva, somma di tante colpe individuali. Quindi il vero problema è: perché tutti ubbidirono all'ordine di combattere?
Prendiamo un esempio concreto: i miei nonni. Perché andarono in guerra, e in sostanza ubbidirono al Buce? Non certo per motivi ideologici (nazionalismo, fede fascista, odio razziale o che so io): per quanto ne so, entrambi erano indifferenti, se non ostili, al fascismo ed alla sua guerra (mio nonno paterno fece perfino parte del PSIUP). Fu per interesse materiale (carriera nell'esercito, paga e cibo gratis, saccheggio)? Molto improbabile. Senso del dovere? Questo è assai probabile (v. oltre), ma non credo che fosse sufficiente. Semplice paura delle pene per i disertori? Benché non faccia onore alle mie famiglie, temo proprio che fu questa la motivazione principale.

"Un avvenimento sociale che scoppia improvvisamente e mi trascina non viene dall'esterno; se sono mobilitato in guerra, questa guerra è la mia, essa è a mia immagine e la merito. La merito perché potevo sempre sottrarmici col suicidio o la diserzione [...]. Non essendomici sottratto, l'ho scelta"
J.P. Sartre, L'Essere e il Nulla

Si potrebbe concludere che i miei nonni, come praticamente tutti gli altri soldati, non ubbidirono al Buce, ma alla sua potenza, incarnata da polizia e carabinieri incaricati di punire i disertori. Ma allora si ripropone lo stesso problema: perché i carabinieri, ognuno di loro nelle loro singole coscienze, sottostavano a tale autorità e punivano gli ammutinati con il carcere o la condanna a morte? Senza dubbio, sempre per senso del dovere e per istinto di conservazione (anche un carabiniere insubordinato, ovviamente, veniva punito o fucilato dai commilitoni). Ecco che la verità viene a galla: trascurando per ora il rispetto "positivo" del dovere, il vero motivo per cui tutti ubbidivano al Buce o chi per lui era per paura degli altri. È un paradosso: ognuno in cuor suo teme di essere punito dagli altri per non aver obbedito. Tornando ai soldati, è evidente che ciascuno, istintivamente, capisce che è meglio "rischiare" la vita in guerra, pur macchiando la propria coscienza, che perderla sicuramente ribellandosi in nome della propria libertà. Possiamo biasimarli per questo? Sì e no: è innegabile che non c'era alcuna speranza di sopravvivere per un ragazzo che si fosse ribellato, solo contro tutti, alla chiamata alle armi (né tantomeno si può pretendere il suicidio come rifiuto di andare in battaglia). Per questo, ribaltando la frittata, potremmo anche dire che coloro i quali avessero rifiutato di andare in guerra, senza imboscarsi né procurarsi un congedo falso, affrontando le conseguenze della loro scelta, sarebbero stati degli eroi, o meglio dei martiri. Non a caso, dacché esiste la società umana, la prima preoccupazione dei signori della guerra è stata di far passare per "veri eroi" i caduti in combattimento: "chi muore per la Patria vissuto è assai" e puttanate simili. Non sia mai che il vero vigliacco sia quello che ubbidisce a qualunque ordine senza mai mettersi contro tutti gli altri, anche se "tutti gli altri" è un ente gigantesco e schiacciante come la Patria. Ma per non agire diversamente da tutti si deve non voler agire diversamente da tutti; e voler agire come tutti significa di riflesso pensare come tutti, ossia rientrare nella Norma. Ecco da dove spunta il Normale "senso del dovere", od "onore": i "veri uomini" diventano gli esempi di coloro che accettano con entusiasmo il loro dovere; la paura degli altri diventa sprezzo del pericolo, ed il vero vigliacco è chi si rifiuta di combattere. A questo pensiero debole, che è una delle manifestazioni più forti della Norma, sono succubi più o meno tutti; il nazionalismo cialtrone dei fascisti non è che una sua accezione particolare, più esplicita. Per dirla con Sartre, il soldato è una coscienza in malafede: egli si nasconde il fatto di aver ceduto ad un vero e proprio ricatto (o la divisa o ...) spacciandosi la paura degli altri (del plotone d'esecuzione, dell'opinione pubblica ecc.) per onore, come se il valore sacro dell'"onore" avesse vita propria al di fuori della coscienza. In realtà, esiste solo il "disonore" di fronte alla comunità.
Così, la guerra non è che la conseguenza più tragica della Norma; proprio perché conseguenza, non si può pensare di farla sparire senza prima far sparire la Norma stessa. I pragmatici diranno: eggià, e mentre tu ti ribelli e sventoli le bandierine arcobaleno nei girotondi, "quelli" ci fanno saltare in aria tutti! Ma è naturale che quest'obiezione salti fuori finché si considererà "quelli" alla stregua di alieni e non come esseri umani, figli della Norma e schiavi dell'assurdità come noi. (Ma "noi" chi? cazzo, ci sono cascato anch'io...)

Aggiornamento: In risposta a Liquor, evidentemente non mi sono spiegato... non ha senso "condannare", dare la "colpa" di qualcosa a delle popolazioni intere; tanto varrebbe ripudiare l'intero genere umano che in tutta la sua storia non ha fatto che danni. Ma né io né altri siamo degli dèi cui spetti di giudicare l'umanità: però forse è possibile cambiarla.







Postato da: fuoridallanorma a 22:40 | link | commenti (1) |

domenica, 19 settembre 2004

"Se l'individuo non fosse più obbligato a provare quanto vale sul mercato nella sua qualità di 'libero' soggetto economico, la scomparsa di questo genere di 'libertà' sarebbe uno dei più grandi successi della civiltà"
H. Marcuse, L'uomo a una dimensione (apici aggiunti)

Al di là delle discussioni astruse sull'ontologia da Platone a Husserl, sulla scuola analitica ecc., questo libro contiene un'interessante analisi della società contemporanea: interessante sia per la capacità di passare fluidamente dalla filosofia alla psicologia alla sociologia, sia per le tesi che propone:
1) La società tecnologica, tanto nei paesi capitalisti che in quelli comunisti (M. scriveva nel '67) è un sistema razionale, in quanto capace di convogliare gli sforzi individuali verso il bene comune (secondo M. tale bene comune sarebbe la difesa dalla minaccia atomica, ossia una continua produzione di deterrente nucleare la quale richiede un notevole dispendio di risorse)
2) Tale razionalità nei mezzi nasconde però un'irrazionalità nel fine: infatti la progressiva automazione del lavoro, lungi dall'aver ridotto al minimo la fatica umana, ha soltanto trasformato il bisogno di energia manuale in bisogno di energia intellettuale. Non solo, ha mutato la lotta per la sopravvivenza contro la natura in una lotta contro gli altri uomini (v. la cit. sopra); per usare il linguaggio del libro, il dominio dell'uomo sulla natura si è accompagnato al dominio dell'uomo sull'uomo.
3) Inoltre la civiltà tecnologica ha realizzato lo spettro del regime totalitario intravisto da Orwell: il regime del pensiero a una dimensione (che è ben diverso dal "pensiero unico"). Cosa vuol dire? M., da bravo materialista dialettico, riconosce due dimensioni nella ragione umana: quella passiva dell'essere (tesi) e quella attiva del dover-essere (antitesi). La società ha soppresso quest'ultima facoltà, in virtù della quale l'uomo si impegna a far sì, ad es., che "la società sia giusta"; il pensiero monodimensionale si limita a constatare che "la società è giusta". In altre parole, all'uomo moderno manca del tutto la capacità critica di pensare oltre gli schemi prestabiliti.
4) Perché l'uomo rifiuta ogni alternativa alla realtà stabilita, bollandola come utopica? Perché questa società lo realizza come "coscienza felice". I suoi bisogni elevati vengono spazzati via da falsi bisogni: la macchina, la televisione, gli elettrodomestici ecc. Questi beni di consumo lo legano al sistema: scomparso il capitalismo, scomparirebbero anch'essi. Ecco quindi che la libertà democratica si riduce alla libertà di comprare questa o quella marca, di scegliersi questa o quella carriera e di votare questo o quell'esponente della stessa classe dirigente. (Per quanto riguarda l'Unione Sovietica il problema è diverso: lì manca la possibilità di un'affrancamento dal basso perchè manca ogni libertà formale, o dall'alto perché il "fortilizio burocratico" non riconoscerebbe mai al popolo la capacità di autodeterminazione).
L'analisi della società capitalistica mi è sembrata calzante; anzi, in alcuni punti M. pare perfino anticipare i tempi. Il limite maggiore del suo libro, a mio giudizio, risiede nell'aver confinato la realtà del "pensiero unidimensionale" al solo periodo della guerra fredda, quando esso costituisce il fondamento di ogni società esistita finora, dai Sumeri in poi. Semplicemente, la religione è diventata consumismo, la sacralità del signore è diventata formalità della democrazia e la schiavitù è diventata lavoro salariato, le cui catene sono il denaro. Non è mai esistita una società non sorretta sulla Norma - o pensiero a una dimensione, che dir si voglia. Esisterà? Marcuse - senza mai parlare di comunismo - teorizza una società di uomini liberi di autodeterminarsi, basata sulla comunanza dei mezzi di produzione, sulla rotazione dei compiti, sul rispetto dell'ambiente, sulla democrazia diretta e sulla ripartizione delle risorse. Chi di noi schiavi di calvin klein, di sky, dei cellulari e delle auto vorrebbe questa società?







Postato da: fuoridallanorma a 17:19 | link | commenti |

lunedì, 13 settembre 2004

Ante Scriptum: Grazie a figueiras x aver fatto il primo commento e per i suoi consigli, ma come ho già detto non provo più interesse nell'indignarmi e nel criticare l'america (una volta era tra le mie principali occupazioni). spero che quest'intro sia abbastanza esplicativa al riguardo...

Innanzitutto le presentazioni: potete chiamarmi Davide, ho 19 anni e ho iniziato medicina a Chieti. Sono ateo praticante, scheggia vagante nella sinistra comunista più estrema e sentimentalmente frustrato. Di solito sono un tipo ironico, ma in questo blog sarò dannatamente serio, anche se non lo dovesse leggere manco un cane. Ne va della mia coscienza.

COSA TRATTERÀ QUESTO BLOG?

É evidente l'ispirazione Pink Floyd del titolo del blog (dovuta ad un'illuminazione davanti alla pagina di registrazione di splinder), ma essi troveranno ben poco spazio nelle riflessioni che pubblicherò: le quali verteranno invece sulla natura umana. Ebbene sì, il sottoscritto è un ragazzino talmente presuntuoso da ritenere di poter giudicare il mondo; presuntuoso al punto di aver elaborato una quasi-filosofia tutta sua, la quale, ad onta di ciò, è perfino, in buona parte, coerente. Questa filosofia (se così si può chiamare) ha una pseudo-matrice pirandello-sartre-pasoliniana e nasce da una profonda voglia di libertà dalle costrizioni e dalle ipocrisie formali: da ciò che io chiamerò con il termine Norma.

Cos'è la Norma? Quando riferendoci ad un omosessuale o ad un handicappato diciamo "non è normale", intendiamo che egli, in alcuni aspetti, non è come siamo noi, come sono tutti quelli che conosciamo, come sono la maggioranza degli individui e come dovrebbero essere tutti. Ecco. La Norma è proprio l'idea collettiva, il pensiero della maggioranza che si impone sulla totalità; è il camminare in un gregge. Nella vita di noi giovani la Norma è ancora più evidente: nelle mode, nei pettegolezzi, nelle recite degli amori, nell'esclusione degli "strani", nello stesso decidere "cosa si fa stasera". La Norma è la natura della grandissima parte dei rapporti umani, dalla famiglia allo stato; ed in questo blog intendo dimostrare come la società, ogni tipo di società esistente, sia fondata sulla menzogna e sul conformismo. Siamo tutti schiavi, perchè nessuno di noi osa essere fuori dalla Norma.

Postato da: fuoridallanorma a 00:07 | link | commenti |

domenica, 12 settembre 2004

primissimo post su un blog... mah, speriamo che duri... ho appena visto fahrenheit 9/11: so che dovrei indignarmi, scandalizzarmi, incazzarmi ecc. sarebbe normale. invece sono solo più malinconico di prima... cmq sono troppo stanco per fare un'intro decente: se sarà, sarà domani... 'notte.

Postato da: fuoridallanorma a 01:03 | link | commenti (1) |